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sapissi, gioia mia, quantu mi piacissi. ‘un fumu cchiù, ‘un manciu cchiù, ‘un parru cchiù, ‘un m’appriecu cchiù e mi fazzu i fatti mia, ‘un n’haiu cchiù a scrima n’to mienzu, niente capiddi luonghi, cavusi spardati, sugnu nuovu. ‘unn’è cchiù un discussu ri malu carattere, è na cuosa troppu granni, m’enzignari arriere comu si fa. doppu ca sfasciavu tuttu chiddu ca passava pi giustu si po’ diri ca nascivu arriere. tu chi dici? mi pare c’haiu n’atra piedde, ca finaimmente putissi fare tuttu chiddu ca siempre vulieva fare. tutta st’autostrata m’abbuttò, tutti st’aeri i canusciu ormai, sugnu n’astruonomu e sacciu ‘u tiempu e canusciu tutti’i nèule, tutt’i paisi ca viu r’u cielu quannu sugnu ntall’aria e ci viu sempre un pocu ri tia. mi piace pinzare ca paittu pi travagghiu, fino a quannu lassu a famigghia, pigghiu un aeriu e toirnu priestu. e puru ca c’è stu focu “stu pezzu ri Milanu” mi pare a cosa cchiù biedda r’u munnu. t’arriuordi dà siritìna? e chi t’arriuordi? tutta st’acqua c’ha statu siempre e mi cummìnciu sempre chiossai ca semu staggiùni, io e tu. e c’è una staggiùni pi taliàri, una staggiùni pi ‘nzunnare e n’atra p’inzignarisi, n’avutra ancura pi fari. e ora tempu ri fari è, uora ca vinn’astati e ci si tu in mienzu a sta capitale, rintra ‘u vistitu cchiù bieddu, aggritta r’assai, cu l’uocchi chini i suli. e nn’a st’aeriu tutti battinu i manu e io ti pienzu. e ‘un mi po’ paci ca chisti battin’i manu attìpo babbasunazzi mentri iu pienzu a tìa e c’è puru sta cristiana ca parra, parra…e già ‘un ‘a sientu cchiù r’un’ura. ma viri tu quantu semu diversi: assittati n’a stissa seggia r’u stissu culuri, trattati comu si fussimu uguali tutti. però io penzo a tìa e iddi battinu i manu. u sai…a diffirienza è ca mi sientu sta vita divieissa, prima unn’avissi fattu casu a nienti; uara spìru ca macari avissiru pinzièri diversi r’i mìa e ch’i facissiru valìri, ma no chiòssai ru mìu, ma quantu u mìu. tu mi canciasti assai e sap’iddu quantu t’e ringrazziari. ormai ‘un haiu cchiù ammi pì ghiriminni.

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sapessi come vorrei, mia cara. ho smesso di fumare, ho smesso di mangiare, ho smesso di parlare, di calcare la mano dove non dovevo e di camminare in prati non miei, di portare la riga in mezzo, i capelli lunghi, i pantaloni strappati, mi sono rigenerato, ho smesso di pensare dentro ad una stanza. non è più un discorso che tratta cattive abitudini, ormai è una cosa molto più grande, bisogna imparare di nuovo come si fa. dopo aver distrutto tutto quello che per una vita intera ho erroneamente dato per giusto credo possa chiamarla rinascita. non sei d’accordo? mi sembra di avere un’altra pelle, che i miei propositi siano diversi e più adatti a ciò che voglio. tutta questa autostrada mi ha stancato e tutti questi aerei li conosco, sono un astronomo e un meteorologo e conosco le nuvole, i paesi che sorvolo e trovo sempre tracce di te. mi piace pensare di andar via per lavoro fintanto che lascio casa, prendo un aereo e torno presto. anche se fa caldo, “questo pezzo di Milano” mi sembra la cosa più bella del mondo. ti ricordi quella sera? che ricordi hai? hai mai fatto caso che la pioggia è sempre stata presente in questa storia? mi convinco sempre più che queste nostre vite siano stagioni. ma c’è una stagione per guardare, una per sognare e un’altra per imparare e un’altra per fare. e adesso è tempo di fare, che è arrivata l’estate e in mezzo a questa grande città ci sei tu, nel migliore dei tuoi vestiti, sveglia da un sacco di tempo, col sole negli occhi. e in questo volo in cui tutti battono le mani io penso a te. e rifletto sul fatto che io penso a te mentre questi battono le mani come dei cretini e c’è sta tizia, che continua a parlare con me che ho smesso di ascoltare un’ora fa. ma guarda quanta differenza c’è tra me e loro, seduti negli stessi posti degli stessi colori, trattati allo stesso modo da chiunque. io penso a te e loro battono le mani e mi viene da ridere. ed è qui che mi accorgo della differenza: prima non avrei badato a tutto questo; oggi spero che abbiano pensieri diversi dei miei e che li facciano valere, non più del mio, ma quanto il mio. mi hai cambiato e non sai quanto te ne sono grato. non ho più le gambe per andarmene.

 

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“nei nuttati nzémmula, i mé ammi nmienzo ei tua ‘un sacciu cchiù quali su. ma allura rimmillu tu cu quali ammi minn’è ghire…s’i fussi oniestu e s’u cielu fussi cchiù lieggiu, vulassimu…”

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si minore, la, sol, la

nelle ultime settimane ho scoperto di commuovermi frequentemente. i motivi sono spesso personali ed importanti, ma soprattutto semplici. mai complessi: mi commuove uno sguardo o un gesto che conosco, la mancanza di un passeggero in auto, riconoscere che il profumo che sento non è quello che amo scoprire appena sveglio, oppure ancora il pensare al futuro, questo più di tutto mi commuove perché so esattamente cosa voglio e sarei anche disposto a far follie per averlo. sono quasi certo che sarà come trattenere il respiro in attesa di qualcosa di grande che irrimediabilmente si rivelerà piccolo: nessun boato per questa caduta, se tutto va bene casco sul letto che ho sistemato domenica e domenica è la fine di un’andata ormai da un pezzo. stare sul pezzo mi commuove, mi comunica di muovermi facendomi bruciare gli occhi dopo aver sentito un pezzo di una canzone che, oh cazzo, casca sempre in quel momento e tu ti chiedi se effettivamente fai bene a sentirti pure un coglione; mi stringi la mano. eccolo di nuovo il fuoco negli occhi, diverso di colore, ma purificante, acqua che brucia: naso libero, mi sento morire, pensieri in corso e l’erba accanto ai bordi del passeggio fuori dal portone di casa, la salvia che cresce sotto all’ulivo, chiavi che battono di un rumore diverso in tasca, la tua grazia, anche respirare mi sembra diverso dal solito, è più facile. è vero, “un paese ci vuole”, non fosse che per raggiungerti, dico io. questo è pavese o quasi, forse è dimartino, ma neanche, però mi commuove anche questo. mi chiedo se sia giusta tutta questa tiritera, trattenermi dal non volere andare, che dove vado poi quando torno? io non sono più io dove sono, vedo un oceano tra le tue braccia, mi guardo a destra, trovo il costume e le chiavi dell’auto, trovo una nostra foto sfocata che sembra quella di dylan in blonde on blonde, mi commuove anche quella. non riesco a dormire, purtroppo devo, sono le due meno dieci ed ho un pianoforte in testa che mi illumina gli occhi. penso alla neve che non so, alla primavera che si porta via i ritorni e mi accorcia i baffi, al mare diverso, più scuro coi pesci che si vedono e le persone che amo, e allo stesso sole che conosco. sta finendo l’inverno con le ultime piogge, io sono nato di marzo ed ho sempre avuto le idee chiare su chi sono ma da mesi mi commuovo quando penso te l’ho detto: io non sono più io dove sono adesso.

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foto sfocata, scale di casa di R, giusto prima del passeggio dopo gli scalini – sabato 1 aprile, già domenica 2.

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poi t’incontrai

non dire niente a nessuno di ciò che ti accade; non dare niente a nessuno di ciò che ti è stato dato. adesso che ci penso è la prima volta che non sento i botti scoppiare alla mezzanotte. cosa devo riassumere? è tutto come prima ma un po’ meglio di prima, ciò che doveva accadere è accaduto e ciò che dovrà accadere, al momento, è impegnato a formarsi, quindi resterò ancora un po’ qui ad aspettare che i miei miti muoiano tutti, che succeda l’irrefrenabile, che l’ignoto si rompa il cazzo di ascoltare le mie storie, che le mie storie lascino segni, che i segni mi portino da qualche parte nel mondo che voglio, che il mondo che voglio si attrezzi ad accogliermi al buio, che il buio mi schiarisca le idee, che le idee percorrano chilometri e poi strappino un sorriso d’intesa, che l’intesa ci stia accanto per sempre, che per sempre sia rinnovabile, che rinnovabili siano anche i nodi che abbiamo fatto, che i fatti sussistano se mai dovessimo averne bisogno, che il bisogno sia bilaterale, che i miei lati si lascino smussare, che si possa migliorare almeno un po’ di ciò che abbiamo e cercare ciò che vogliamo per poi, magari, accorgersi che ciò che vogliamo non ci serve poi tanto.

tutta la mia vecchiaia in tutta la mia giovinezza: niente esperienza; molta pazienza. che ci serva da contatto, forse, a trovare il gusto in fondo alla pentola e il sapore negli alti palati; forse. che il tempo passa le pubblicità dei prodotti che ormai troviamo inutili, a meno che tu non abbia una tv, cinquant’anni e una disoccupazione. non ho mai visto un gufo da vicino, non ho mai varcato il confine italiano, non ho mai provato l’ebrezza di una montagna, ho avuto sempre un mare di tuffi a disposizione e ne ho usati troppi per fermarmi a guardare. mi chiedo di che vita abbia vissuto fino ad oggi se non ho mai smesso di rileggere ciò che ho scritto per trovare gli errori. che ci serva da distacco e noncuranza e che lasci splendere ciò che importa davvero.

imparare. tutto ciò che ho nella mia vita: i piani sfuggiti e quelli saltati due gradini alla volta, i miei stati d’animo e quelli tuoi, tutto ciò in cui credo…probabilmente non tutto è ancora quieto ma almeno è saldo ed ha delle fondamenta solide. non sto più nelle scarpe se toccano il suolo; a me di questo suolo proprio non frega più nulla e lo sai. prendere un aereo e dimenticarsi come si torna è il mio sogno più grande; sai anche questo. non ho ritrovato nulla, forse ho riscoperto cos’è un amico ed è successo dopo essermi innamorato di te e dopo queste cose più complicate tipo la febbre, i soldi, il lavoro. ho imparato di nuovo a camminare guardandoti camminare. ho imparato parole nuove ascoltandoti, ho imparato persino a cucinare mettendo le mani dentro l’impasto e condividendo lo spazio. per la prima volta mi rendo conto che le mie mani non sono poi così vuote come un tempo, forse è il tempo stesso ad averle colmate, forse un po’ anche tu sei il tempo ed io ne ho passato un sacco a chiedermi come mai, quando la risposta stava proprio davanti agli occhi. ho imparato anche a scrivere il silenzio, lungo, chiaro, stordente. è nuovo e mi trovo nuovo, tesoro. 

“when I met you I could not speak how I met you; then I met you” – Gennaio 2017, PA / MI – volo in ritardo e bufera di neve fuori dall’aereo.

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and but so

Non è un momento di distacco, non è un missile nucleare, non è successo, non è il pieno, non è la mancanza, non è il recipiente, non è un parco, non è la mia età, non è il mio luogo, non è la mia mente, non è il controllo, non è la sensazione, non è che te lo aspetti e non è che non lo aspetti, non è la presenza, non è il peso, non è il bolo, non è il tremore, non è la pazienza, non è il silenzio, non è il nervosismo, non è la pace dei sensi, non è melanconia, non è anedonia, non è depressione, non è assolutamente niente di tutto quello che puoi sommare alla voglia che ho di stare a parlarti di com’è stato doloroso scrivere una virgola di questa vita e convincerti a leggermi, probabilmente constatando che non hai capito un cazzo di ciò che provo, perché è normale provare sensazioni diverse dalle mie. Perché siamo di carne e di aria e di altre cose che non so dirti nemmeno io perché trascendono troppo dal mio sapere e, nonostante questa mia parlantina, io giuro che non sono stato io, lo giuro. Cosa ti devo dire? Ho comperato un paio di scarpe da corsa¹ che mi permettono di correre un massimo di cinquecento chilometri, poi dovrò cambiarle; ne ho corsi circa cento da quando ho iniziato ed ho imparato talmente bene il mio percorso da conoscere il punto esatto in cui supero ogni chilometro partendo dalla porta di casa dei miei, imparato ogni pirtusu2 di quest’ultimo, perso dieci chili. Ho buttato via un po’ di fiato per ricavarne un po’ di calma. Avevo trovato un modo per uccidere i miei demoni; seppur temporaneamente io lo avevo trovato. Cosa vuoi che ti dica? Scrivo per scrivere e perché è gratis e perché passo troppo tempo a lamentarmi di quanto sia difficile fare qualunque cosa, perciò cambio discorso e, invece di parlarne, scrivo. Ci sono momenti in cui scrivere è uno sfogo e non posso scrivere di lei, di quanto sia bella quando ha gli occhi che guardano altrove, di quanto sia bello il suo sguardo addormentato, ma di quanto sia brutto il pane a Milano, di quanto mi piacerebbe andare a un concerto dei Radiohead e però non me lo posso permettere, di come sia dannatamente difficile, sconfinatamente complicato, difficoltà-i-am-death-incarnate3 passare una giornata intera con persone che non ti interessano affatto. Altre volte scrivere è un piacere e allora racconto dell’ultimo pancake, della musica che metto mentre dormo e allora scrivo di lei e lo tengo per me. O lo registro. Lo riassumo o lo sfogo ad un concerto. Cosa dici? Non è che non suono più, è che suono per conto mio e quando succede è l’apoteosi dei sensi. Scusa, ma che senso ha smantellare una stanza adesso? Prepararsi dici? Ma tutti i libri che ho messo da parte son tutti spiegazzati. Nel momento in cui saremo pronti ad affrontare quello per cui siamo cresciuti saremo così sfiniti che crolleremo nel rimettere ogni tassello al suo posto. Ci guarderemo castigando ogni anno di attesa, ogni aspettativa a cui abbiamo rinunciato. Sarà il sollievo per il collo sul cuscino, i nervi folderanno4 e conserveremo il tempo per riprenderci. Io col mio caffè e lei col suo cucinare compulsivo. Vorrei tanto riuscire a pensare a qualcosa che non sia sopravvivere, non prendere alcun calmante, non farmi sorprendere dal momento carico di confusione, non stare sempre a contare, non avere sempre e soltanto la stessa faccia; nel frattempo leggo un altro libro e mi cerco un po’ meglio, che forse mi trovo e magari mi trovo nuovo o, chissà, ritrovo il mio plettro.

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Nike Performance – FREE RUN DISTANCE – scarpa da corsa neutra – concord/offwhite/hypergrape/total crimson – Taglia: 44.

Buco, pronuncia: IPA: /pɪɾˈtu.su/ /pɪɾˈtu.zu/

Difficoltà selezionabile nel famoso sparatutto in prima persona sviluppato da id Software e prodotto da Apogee Software, Wolfenstein 3D, rilasciato nel 1995 per MS-DOSa. Avendo 5 anni nel ’95, ho iniziato a usarlo quando ne avevo 6 o 7 e soltanto perché possedevo un pc veramente vecchio per i tempi regalatomi dallo zio G. aMicrosoft Disk Operative System, sistema operativo per Personal Computer con microprocessori x86, sviluppato da Microsoft ed utilizzato dal 1982 sino al 2000. 

Dal verbo to fold (inglese), passare la mano. In questo caso viene utilizzato per sottolineare lo stress subito dall’individuo e la necessità di risposo quasi forzato.

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nirvana

cadere, guarda com’è bello cadere e guarda come tutti si voltano a guardare, no, non guardano te che guardi, ma te che cadi, perché non credono ai loro occhi. quant’è bella la visione e i colori che sprigioni tu, la tua intelligenza e la curiosità. guardati come cadi, guardati e immagina l’impatto dell’inverno che farai una volta che passerà l’autunno, guarda. immagina quanto sarò contento di non sentire più caldo, cinismo per chi necessità difese, per non perdere quel poco dei nostri desideri congelati, stalattiti per popoli che vedono, finalmente vedono i nostri sogni lontani dalla tristezza e dalle distanze. il cielo ci necessita e viceversa, perché tutto accada di nuovo e rivivere le azioni, ricominciare, riparare, rifare, riparare, respirare, riparare, riciclare, riparare, respirare, per sempre, un’altra possibilità. non sono pronto per la libertà che non comprende le scarpe all’ingresso, dopo di noi ci vedo gli abissi e nonostante abbia imparato a nuotare, preferisco cadere su un letto a due piazze. sei la foga che mi prende quando l’urlo mi sdoppia e mi svuota la pancia dalle cose brutte, sei l’urlo di andrea in nirvana, tesoro. ti amo.

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Acqua

Avrei voluto almeno nuotare un’ultima volta prima che chiudessi i battenti. Giuro, te lo dico a viso nascosto soltanto perché sto sole rompe un po’ le palle, ma tu un’ultima volta avresti potuto farmi nuotare. Quando ero piccolo non mi bagnavo del tutto, nuotavo coi braccioli e tra la riva e la schiuma mio padre vegliava su me, i miei fratelli e qualche nave pirata. Poi è stato diverso, non l’ho voluto io, il mare. Alla fine mi tenevano vicino come se avessi il collare e così fu per tutto il resto, infatti se mai avrò figli la prima cosa che gli insegnerò sarà nuotare senza paura. Non che sia un nuotatore eccellente, per carità, ma i movimenti li conosco e poi se tutto va bene la sirenetta mi darà una mano e un’altra me la darà il tempo, che magari poi imparerò anche io questa sorta di preghiera. La maschera sott’acqua mi toglie gli occhiali e vedo tutto quanto e qualcosa in più. È bellissimo. Chi ci aveva mai pensato che potesse essere così bello andare sott’acqua e guardare senza toccare? Io mai “Vabbé, vado sott’acqua” mi dicevo. Saranno passati quindici anni almeno, ma alla fine oltre a scriverci accanto, ho imparato a lasciarmici andare. L’acqua dissolve, l’acqua rimuove, l’acqua è ovunque, sopra, sotto al mondo e alla base di ogni composto liquido o quasi. Io sono acqua e andare sotto è come non sentire la distanza. Non ha bisogno di capire come farà, alla fine riuscirà ad entrare dove vuole. L’acqua ti tiene fermo e fa passare i giorni, poi torna con un vento di fine estate che ti ricorda di chiudere le tapparelle di casa. Pazienza. Dentro il blu di nuovo, dove non batte il sole a dar fastidio agli occhi. Poi ti sfascia la casa, sfolla la gente, nelle onde più alte la distruzione è madre e lo schianto ti incolla alla sedia e ti tiene giù, sotto al cielo nero di una città qualunque e tu hai quasi finito i vent’anni e dal tuo settimo piano ti pare di vedere, lontana, una luce, una bolla d’aria, “conchiglie” pensi, un pezzo di soffitto ti nuota accanto insieme al rombo dei discorsi fatti sott’acqua, dalle urla e poi di nuovo lei, l’acqua che ti salva e ti ritira su. L’acqua dissolve, l’acqua rimuove. Questa è l’acqua. L’acqua è calma come le tue gambe stese da qualche parte a fare il morto a galla o a cercare pesci: entrare di cristallo; uscire di corallo. E in fondo ai piedi che tremano sui sassi per la paura di scivolarci addosso, così il sollievo si ripresenta una volta sulla sabbia – controlla bene le tue gambe e le tue mani, i graffi sugli scogli sono sacri, così tanto che il sangue che ne cola lo togli con la stessa schiuma che te lo ha regalato.

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filosofia agricola

il silenzio della mattina presto a maniche corte, le chiavi di casa sbatacchiano nelle tasche, il rumore del mio respiro e il profumo di questo paese. non avrei mai pensato di imparare le strade così presto, e invece…il tempo passa e lascia i segni che vuole. nuove orme di piedi sulla terra di cui è fatta la mia vita, di tutti quelli che mi coltivano. il risveglio di sentimenti assopiti, addominali d’acciaio e Panaché. calibrazione di amicizie e nuove storie da ascoltare, nuovo vento. padrone del mio tempo, padrone di me stesso, padrone dei miei rischi, figlio di un figlio, padre di un padre. sono compagno di una vita, tu sei le mani sulla testa. il suono della serratura di un cancello e la frescura dei giardini di un castello. e un lago è un ricordo ricorrente, il piacere bianco riflesso sull’acqua che cresce i semi. e tutto quello che ho scritto è una pagina e un giorno. la traduzione dei miei pensieri, mille foglie, mille germogli. sei acqua e sapere.

la spesa che ho fatto mi ha portato lontano, mi ha dipinto di te.

svegliami quando arrivi.

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