poi t’incontrai

non dire niente a nessuno di ciò che ti accade; non dare niente a nessuno di ciò che ti è stato dato. adesso che ci penso è la prima volta che non sento i botti scoppiare alla mezzanotte. cosa devo riassumere? è tutto come prima ma un po’ meglio di prima, ciò che doveva accadere è accaduto e ciò che dovrà accadere, al momento, è impegnato a formarsi, quindi resterò ancora un po’ qui ad aspettare che i miei miti muoiano tutti, che succeda l’irrefrenabile, che l’ignoto si rompa il cazzo di ascoltare le mie storie, che le mie storie lascino segni, che i segni mi portino da qualche parte nel mondo che voglio, che il mondo che voglio si attrezzi ad accogliermi al buio, che il buio mi schiarisca le idee, che le idee percorrano chilometri e poi strappino un sorriso d’intesa, che l’intesa ci stia accanto per sempre, che per sempre sia rinnovabile, che rinnovabili siano anche i nodi che abbiamo fatto, che i fatti sussistano se mai dovessimo averne bisogno, che il bisogno sia bilaterale, che i miei lati si lascino smussare, che si possa migliorare almeno un po’ di ciò che abbiamo e cercare ciò che vogliamo per poi, magari, accorgersi che ciò che vogliamo non ci serve poi tanto.

tutta la mia vecchiaia in tutta la mia giovinezza: niente esperienza; molta pazienza. che ci serva da contatto, forse, a trovare il gusto in fondo alla pentola e il sapore negli alti palati; forse. che il tempo passa le pubblicità dei prodotti che ormai troviamo inutili, a meno che tu non abbia una tv, cinquant’anni e una disoccupazione. non ho mai visto un gufo da vicino, non ho mai varcato il confine italiano, non ho mai provato l’ebrezza di una montagna, ho avuto sempre un mare di tuffi a disposizione e ne ho usati troppi per fermarmi a guardare. mi chiedo di che vita abbia vissuto fino ad oggi se non ho mai smesso di rileggere ciò che ho scritto per trovare gli errori. che ci serva da distacco e noncuranza e che lasci splendere ciò che importa davvero.

imparare. tutto ciò che ho nella mia vita: i piani sfuggiti e quelli saltati due gradini alla volta, i miei stati d’animo e quelli tuoi, tutto ciò in cui credo…probabilmente non tutto è ancora quieto ma almeno è saldo ed ha delle fondamenta solide. non sto più nelle scarpe se toccano il suolo; a me di questo suolo proprio non frega più nulla e lo sai. prendere un aereo e dimenticarsi come si torna è il mio sogno più grande; sai anche questo. non ho ritrovato nulla, forse ho riscoperto cos’è un amico ed è successo dopo essermi innamorato di te e dopo queste cose più complicate tipo la febbre, i soldi, il lavoro. ho imparato di nuovo a camminare guardandoti camminare. ho imparato parole nuove ascoltandoti, ho imparato persino a cucinare mettendo le mani dentro l’impasto e condividendo lo spazio. per la prima volta mi rendo conto che le mie mani non sono poi così vuote come un tempo, forse è il tempo stesso ad averle colmate, forse un po’ anche tu sei il tempo ed io ne ho passato un sacco a chiedermi come mai, quando la risposta stava proprio davanti agli occhi. ho imparato anche a scrivere il silenzio, lungo, chiaro, stordente. è nuovo e mi trovo nuovo, tesoro. 

“when I met you I could not speak how I met you; then I met you” – Gennaio 2017, PA / MI – volo in ritardo e bufera di neve fuori dall’aereo.

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and but so

Non è un momento di distacco, non è un missile nucleare, non è successo, non è il pieno, non è la mancanza, non è il recipiente, non è un parco, non è la mia età, non è il mio luogo, non è la mia mente, non è il controllo, non è la sensazione, non è che te lo aspetti e non è che non lo aspetti, non è la presenza, non è il peso, non è il bolo, non è il tremore, non è la pazienza, non è il silenzio, non è il nervosismo, non è la pace dei sensi, non è melanconia, non è anedonia, non è depressione, non è assolutamente niente di tutto quello che puoi sommare alla voglia che ho di stare a parlarti di com’è stato doloroso scrivere una virgola di questa vita e convincerti a leggermi, probabilmente constatando che non hai capito un cazzo di ciò che provo, perché è normale provare sensazioni diverse dalle mie. Perché siamo di carne e di aria e di altre cose che non so dirti nemmeno io perché trascendono troppo dal mio sapere e, nonostante questa mia parlantina, io giuro che non sono stato io, lo giuro. Cosa ti devo dire? Ho comperato un paio di scarpe da corsa¹ che mi permettono di correre un massimo di cinquecento chilometri, poi dovrò cambiarle; ne ho corsi circa cento da quando ho iniziato ed ho imparato talmente bene il mio percorso da conoscere il punto esatto in cui supero ogni chilometro partendo dalla porta di casa dei miei, imparato ogni pirtusu2 di quest’ultimo, perso dieci chili. Ho buttato via un po’ di fiato per ricavarne un po’ di calma. Avevo trovato un modo per uccidere i miei demoni; seppur temporaneamente io lo avevo trovato. Cosa vuoi che ti dica? Scrivo per scrivere e perché è gratis e perché passo troppo tempo a lamentarmi di quanto sia difficile fare qualunque cosa, perciò cambio discorso e, invece di parlarne, scrivo. Ci sono momenti in cui scrivere è uno sfogo e non posso scrivere di lei, di quanto sia bella quando ha gli occhi che guardano altrove, di quanto sia bello il suo sguardo addormentato, ma di quanto sia brutto il pane a Milano, di quanto mi piacerebbe andare a un concerto dei Radiohead e però non me lo posso permettere, di come sia dannatamente difficile, sconfinatamente complicato, difficoltà-i-am-death-incarnate3 passare una giornata intera con persone che non ti interessano affatto. Altre volte scrivere è un piacere e allora racconto dell’ultimo pancake, della musica che metto mentre dormo e allora scrivo di lei e lo tengo per me. O lo registro. Lo riassumo o lo sfogo ad un concerto. Cosa dici? Non è che non suono più, è che suono per conto mio e quando succede è l’apoteosi dei sensi. Scusa, ma che senso ha smantellare una stanza adesso? Prepararsi dici? Ma tutti i libri che ho messo da parte son tutti spiegazzati. Nel momento in cui saremo pronti ad affrontare quello per cui siamo cresciuti saremo così sfiniti che crolleremo nel rimettere ogni tassello al suo posto. Ci guarderemo castigando ogni anno di attesa, ogni aspettativa a cui abbiamo rinunciato. Sarà il sollievo per il collo sul cuscino, i nervi folderanno4 e conserveremo il tempo per riprenderci. Io col mio caffè e lei col suo cucinare compulsivo. Vorrei tanto riuscire a pensare a qualcosa che non sia sopravvivere, non prendere alcun calmante, non farmi sorprendere dal momento carico di confusione, non stare sempre a contare, non avere sempre e soltanto la stessa faccia; nel frattempo leggo un altro libro e mi cerco un po’ meglio, che forse mi trovo e magari mi trovo nuovo o, chissà, ritrovo il mio plettro.

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Nike Performance – FREE RUN DISTANCE – scarpa da corsa neutra – concord/offwhite/hypergrape/total crimson – Taglia: 44.

Buco, pronuncia: IPA: /pɪɾˈtu.su/ /pɪɾˈtu.zu/

Difficoltà selezionabile nel famoso sparatutto in prima persona sviluppato da id Software e prodotto da Apogee Software, Wolfenstein 3D, rilasciato nel 1995 per MS-DOSa. Avendo 5 anni nel ’95, ho iniziato a usarlo quando ne avevo 6 o 7 e soltanto perché possedevo un pc veramente vecchio per i tempi regalatomi dallo zio G. aMicrosoft Disk Operative System, sistema operativo per Personal Computer con microprocessori x86, sviluppato da Microsoft ed utilizzato dal 1982 sino al 2000. 

Dal verbo to fold (inglese), passare la mano. In questo caso viene utilizzato per sottolineare lo stress subito dall’individuo e la necessità di risposo quasi forzato.

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nirvana

cadere, guarda com’è bello cadere e guarda come tutti si voltano a guardare, no, non guardano te che guardi, ma te che cadi, perché non credono ai loro occhi. quant’è bella la visione e i colori che sprigioni tu, la tua intelligenza e la curiosità. guardati come cadi, guardati e immagina l’impatto dell’inverno che farai una volta che passerà l’autunno, guarda. immagina quanto sarò contento di non sentire più caldo, cinismo per chi necessità difese, per non perdere quel poco dei nostri desideri congelati, stalattiti per popoli che vedono, finalmente vedono i nostri sogni lontani dalla tristezza e dalle distanze. il cielo ci necessita e viceversa, perché tutto accada di nuovo e rivivere le azioni, ricominciare, riparare, rifare, riparare, respirare, riparare, riciclare, riparare, respirare, per sempre, un’altra possibilità. non sono pronto per la libertà che non comprende le scarpe all’ingresso, dopo di noi ci vedo gli abissi e nonostante abbia imparato a nuotare, preferisco cadere su un letto a due piazze. sei la foga che mi prende quando l’urlo mi sdoppia e mi svuota la pancia dalle cose brutte, sei l’urlo di andrea in nirvana, tesoro. ti amo.

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Acqua

Avrei voluto almeno nuotare un’ultima volta prima che chiudessi i battenti. Giuro, te lo dico a viso nascosto soltanto perché sto sole rompe un po’ le palle, ma tu un’ultima volta avresti potuto farmi nuotare. Quando ero piccolo non mi bagnavo del tutto, nuotavo coi braccioli e tra la riva e la schiuma mio padre vegliava su me, i miei fratelli e qualche nave pirata. Poi è stato diverso, non l’ho voluto io, il mare. Alla fine mi tenevano vicino come se avessi il collare e così fu per tutto il resto, infatti se mai avrò figli la prima cosa che gli insegnerò sarà nuotare senza paura. Non che sia un nuotatore eccellente, per carità, ma i movimenti li conosco e poi se tutto va bene la sirenetta mi darà una mano e un’altra me la darà il tempo, che magari poi imparerò anche io questa sorta di preghiera. La maschera sott’acqua mi toglie gli occhiali e vedo tutto quanto e qualcosa in più. È bellissimo. Chi ci aveva mai pensato che potesse essere così bello andare sott’acqua e guardare senza toccare? Io mai “Vabbé, vado sott’acqua” mi dicevo. Saranno passati quindici anni almeno, ma alla fine oltre a scriverci accanto, ho imparato a lasciarmici andare. L’acqua dissolve, l’acqua rimuove, l’acqua è ovunque, sopra, sotto al mondo e alla base di ogni composto liquido o quasi. Io sono acqua e andare sotto è come non sentire la distanza. Non ha bisogno di capire come farà, alla fine riuscirà ad entrare dove vuole. L’acqua ti tiene fermo e fa passare i giorni, poi torna con un vento di fine estate che ti ricorda di chiudere le tapparelle di casa. Pazienza. Dentro il blu di nuovo, dove non batte il sole a dar fastidio agli occhi. Poi ti sfascia la casa, sfolla la gente, nelle onde più alte la distruzione è madre e lo schianto ti incolla alla sedia e ti tiene giù, sotto al cielo nero di una città qualunque e tu hai quasi finito i vent’anni e dal tuo settimo piano ti pare di vedere, lontana, una luce, una bolla d’aria, “conchiglie” pensi, un pezzo di soffitto ti nuota accanto insieme al rombo dei discorsi fatti sott’acqua, dalle urla e poi di nuovo lei, l’acqua che ti salva e ti ritira su. L’acqua dissolve, l’acqua rimuove. Questa è l’acqua. L’acqua è calma come le tue gambe stese da qualche parte a fare il morto a galla o a cercare pesci: entrare di cristallo; uscire di corallo. E in fondo ai piedi che tremano sui sassi per la paura di scivolarci addosso, così il sollievo si ripresenta una volta sulla sabbia – controlla bene le tue gambe e le tue mani, i graffi sugli scogli sono sacri, così tanto che il sangue che ne cola lo togli con la stessa schiuma che te lo ha regalato.

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filosofia agricola

il silenzio della mattina presto a maniche corte, le chiavi di casa sbatacchiano nelle tasche, il rumore del mio respiro e il profumo di questo paese. non avrei mai pensato di imparare le strade così presto, e invece…il tempo passa e lascia i segni che vuole. nuove orme di piedi sulla terra di cui è fatta la mia vita, di tutti quelli che mi coltivano. il risveglio di sentimenti assopiti, addominali d’acciaio e Panaché. calibrazione di amicizie e nuove storie da ascoltare, nuovo vento. padrone del mio tempo, padrone di me stesso, padrone dei miei rischi, figlio di un figlio, padre di un padre. sono compagno di una vita, tu sei le mani sulla testa. il suono della serratura di un cancello e la frescura dei giardini di un castello. e un lago è un ricordo ricorrente, il piacere bianco riflesso sull’acqua che cresce i semi. e tutto quello che ho scritto è una pagina e un giorno. la traduzione dei miei pensieri, mille foglie, mille germogli. sei acqua e sapere.

la spesa che ho fatto mi ha portato lontano, mi ha dipinto di te.

svegliami quando arrivi.

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la ricchezza di un albero

nervi tesi, ribes nella bocca, galoppa il caldo prima dell’una tra crine e rime d’albicocca. schiaffeggia il sangue che richiama. se fossi il vento mi lascerei andare alla gravità dello spazio e le cadute di stile, ma sono terra e mare e sole e chioma, e allora navigo e anelo la riva distante. e il passato lo rivela gli occhi, cara, quando grossi di forma saranno socchiusi dalle mani del sonno e non ti importerà che siano struccati perché ti dormano accanto. il futuro è scritto dalla volontà, inamovibile tenacia. vedrai nell’omissione di futuro l’opportunità di fabbricarne uno con le vostre mani, nude come vene. squarci di sole sulle foglie, clorofilla che si spande su lingue da viaggiare, cosce tese e profumo costante. e mai poter darti il sostegno adeguato, a dipendere dal tempo e dal sole, l’estate che arriva ci porterà via senz’aerei ma pollini, a far ombra e sollievo ai viandanti, come un mito da concepire. il silenzio del cioccolato tra i denti, la colazione dei buoni propositi racconta i tuoi piedi sul parquet di questa nave che dondola, dondola, dondola, riallineando sogni belli e pance piene di salvezze e pianoforti e tempi duri, vivi come cascate. se io son tronco, tu sei radice. la mia.

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Ero io

Buio, il sole, quando lo guardi fino a farti male, coprirà di caldo le cime delle tue montagne, le punte delle tue alghe e l’acqua dei tuoi occhi. Ti sembrerà di aver fastidio e allungherai la mano cercandomi fresco vento, mano stretta, caverna sottomarina sarò e giuro poca invadenza, smetterò di supporre e preferirò silenzi fino a lasciarmi divorare gli occhi. La paura, padrona, permea pensieri paragonabili all’estasi dei segreti più intimi, si fa strada nella loro importanza, mangia ciò che mangi, desidera ciò che desideri. Io desidero te, come il sonno e la tua sensazione di cadere quando stai per addormentarti, come quella volta che a salvarti mi è bastato ricoprirti i fianchi. E intanto la stagione è tornata a portare il tuo alito caldo alle mie orecchie. Attendo di raggiungere le tue rive lontane. Ero io, sempre io, quello scorto da lontano. E sentivo profumo di salvia e di cocco e di sabbia bagnata, di alberi in crescita e di ortaggi, sentivo il profumo delle mani di mio nonno che raccoglie i gelsi su una scala, giovane come nei miei sogni. Ero io, ancora io, con la sensazione di rinascere solo tra le tue mani, dimenticare ogni dolore, ogni pensiero e non sentire la distanza che si sente prima di tornare.

Buio, la notte sotto le coperte e il caldo che ci mangia i polsi. Ero io a cercarti, stormo di colori in volo, paesaggio d’estate. Carne della mia carne. Pianto che rivela gli occhi, raggiunte le rive lontane berrò ragione e tempesta da te, per vivere. E aspetterò l’estate per sentirti acqua salata o sabbia rovente, metter via lenzuola e tirar fuori scirocco dall’isola. Terra bagnata pregna, gravida di sentieri e semi in crescita, mia vita. Svegliami domani, amore, con l’arrivo del sole.

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